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CAMPIONATO ITALIANO DINGHY 12' 

HA VINTO CON MERITO PACO REBAUDI
(di Vinz)
 
Bibione Porto Baseleghe, 9 settembre 2012
Ha vinto con merito Paco Rebaudi, 43 anni, che oltre che sul Dinghy ha confermato anche in altre classi dal Finn, al D-One, dal J24 al J 80, il suo valore.
 
La sua barca è un Nauticalodi del 1991, quindi con 21 anni di attività che armata e centrata in modo perfetto ha dimostrato come un vecchio Dinghy in vetroresina, ben costruito e tenuto, abbia continuità di prestazioni nel tempo.
Paco è approdato al Dinghy di recente, circa sei-sette anni fa, ma il modo di portare la barca, la tecnica di regata, la calma, l’acume tattico, e la sensibilità nella messa a punto, erano stati evidenti fin dall’inizio.
Tre “Coppe Italia” di fila e ora il Campionato Italiano certificano chi oggi sembra essere l’antagonista di Paolino, anche se il confronto diretto a Bibione è mancato.
Secondo è Vittorio d’Albertas, 39 anni, conosciuto da tutti noi come il progettista delle vele Quantum Italia, con una barca stazzata la settimana scorsa e costruita sempre da Nauticalodi, con doppiofondo ideato da Pignolin (al secolo Pino Viacava di Rapallo). Velocissimo con vento - sue condizioni preferite - ha pagato il vento leggero per il quale la barca non è ancora perfettamente a punto; in una regata di vento inoltre – vicinissimo a Rebaudi - ha toccato una boa e a seguito della penalizzazione conseguente ha perso il contatto; senza quell’ “incidente” avrebbe potuto essere a pari punti, affrontando l’ultima prova con maggiore tranquillità.
Terzo è il sottoscritto di 63 anni con un Bonaldo del 2006; la mia barca andava benissimo; ero quasi sicuro della sua velocità, perché a Palermo dopo una modifica apparentemente insignificante i miei risultati sono molto migliorati. Sono stato abbastanza regolare nei piazzamenti cercando come sempre di correre i minori rischi possibili, sia in partenza che dopo, e nonostante l'età sono riuscito a contrastare Paco e Vittorio fino alla fine, cogliendo un risultato finale che avrei sottoscritto all’inizio del Campionato.
Quarto e’ Ezio Donaggio, 58 anni con un Lillia nuovo. Apparso veloce, si è purtroppo disunito in una prova quando con altri si è stampato sul battello contro starter. In quasi tutte le partenze infatti, per effetto della corrente, un terzo della linea risultava inutilizzabile; sarebbe bastato abbassare il gommone di 50 metri e quello che è stato sotto gli occhi di tutti in termini di collisioni e di tentativi di partenza mure a sinistra si sarebbe evitato. Ezio nelle altre prove è stato regolare con risultati che onorano la vittoria del Campionato 1993, e ha colto in questo un primo e un secondo posto.
Quinto Gaetano Allodi, 69 anni (anche se appare un ragazzino) con un Bonaldo del 1999: mago del vento leggero si difende - da peso piuma - come può con vento forte dall’alto di una esperienza di tanti anni di regate; se lo avete come avversario riscontrerete che solo a lui riescono certi bordeggi impossibili e quando credete di essere riusciti a togliervelo di torno, improvvisamente ve lo vedete passare di prua.
Sesto è stato Dodo Gorla, 67 anni, che non ha certo bisogno di presentazioni per quello che ha fatto da ragazzino sugli Snipe e poi per la Vela Italiana sulle Star. L’ho rivisto dopo tanti anni a Portorose e a Bilione sul Dinghy (con un Lillia dello scorso anno) e dopo il primo giorno comandava la classifica! Il giorno successivo due volte è incappato come Donaggio nel parapiglia sul cannotto di partenza e con settantacinque partenti anche a un SUPER ASSO come lui i miracoli non riescono; ha compromesso in quelle due partenze il modo strabiliante con cui ha condotto tutte le regate compresa l’ ultima che ha vinto risultando poi Ocs. Potrei andare avanti citando tutti i concorrenti e gli amici, da Cusin a Bruni da Jannello a Samele o a Tua, con le loro barche, ma sarebbe inutile; in fondo quello che voglio dire è che barche vecchie e nuove, in Vtr/ legno o solo in Vtr, di cantieri diversi, in mano a timonieri di tutte le età si sono equivalse in un Campionato di 75 classificate in cui le moderne erano circa due terzi e i classici un terzo del totale degli iscritti.
Paola Randazzo ha fatto suo ancora una volta il Titolo femminile prevalendo su Francesca Lodigiani in una amichevole sfida che dura da anni; la loro posizione in classifica non rispecchia il loro valore e i risultati che spesso raggiungono nelle regate locali; il loro Campionato è una specie di Coppa America in cui tutte le altre barche sembrano non esistere.
Vira una, vira l’altra e alla fine sembra che si attraggano tra loro dimenticando che a Mondello o nel Tigullio sono in grado di mettere spesso in difficoltà molti dnghisti che per una sorta di maschilismo sono seccati di essere superati dalle “ragazze”. Se fossero state presenti Tay de Negri, Sara Scrimieri, Antonella Alberici, Anna Guglielminetti, la loro classifica sarebbe stata certo migliore perché costrette a controllarsi meno fra loro e a misurarsi di più col resto della flotta. Loro però negano e dicono che è casuale che continuino a incrociarsi…… Vincitore nei Super Master è Ugo Leopaldi, 80 anni, quarantesimo; vento,bonaccia, caldo torrido,freddo polare, col Suo Lillia bianco e' sempre imperturbabile, tranquillo e sereno come può esserlo solo un Napoletano verace.c Lo chiami non Ti risponde e prosegue dritto e talvolta velocissimo per la sua strada. Un Amico mi ha chiesto cosa pensassi della prestazione dei legni rispetto ai migliori risultati dello scorso anno a Scarlino. Direi come prima cosa che se il numero della barche di una “flotta“ è più alto dell’altra e il livello tecnico dei partecipanti (molto salito nella Classe ogni anno) si equivale, è logico che la componente più numerosa abbia più probabilità di ottenere risultati rispetto all’altra.
Servono però anche altre considerazioni in quanto pure a Scarlino il numero dei classici era inferiore a quello dei moderni.
Va quindi detto che mancavano nei classici a Bibione, rispetto allo scorso Campionato di Scarlino, Paolo Viacava, Italo Bertacca e Riccardo Papa; e rispetto a Portorose, timonieri di spicco quali Poggi, Pizzarello, Capannoli, Benedetti, Anghileri e il tandem dei ragazzini terribili di Napoli.
Ottonello, che a Scarlino era andato benissimo, a Bilione prima l’ho sentito lamentarsi in partenza, cosa stranissima per lui abituato a soffrire in silenzio, ma sempre di buon umore; poi per più di una volta l’ho visto vittima della stessa linea di partenza posizionata discutibilmente e i suoi risultati sono stati - come per altri - condizionati in modo irreparabile dai primi minuti; nell’ultima prova infine, stanco di aspettare sotto il sole, ha abbandonato il campo prima del via; e non e' stato certo il solo.
Campione Italiano Classici e' Dani Colapietro, 55 anni, Pluri Campione Italiano assoluto (anni 1998 e 1999), diciottesimo in classifica generale; navigava su Principe, la barca con cui Conny Isenburg ha vinto il titolo assoluto nel 1995. Barca e timoniere non si discutono!   Dani non ha bisogno di presentazioni e ha fatto suo il titolo ai danni di Massimo Schiavon (52 anni), arrivando terzo nell'ultima prova con vento leggero. In due prove, la quarta e la quinta, il vento è salito e due timonieri di punta della flotta dei legni del calibro di Schiavon (“can da refoli” come lo chiamano affettuosamente i suoi amici chioggiotti per la sua proverbiale abilità nel fiutare la raffichetta sull’acqua, vedi vignetta) e Mangione (54 anni) - pur con a disposizione ottime barche - non potevano essere competitivi per una evidente minore possibilità di tenere dritta la barca dovuta al loro peso.
I migliore risultati di timonieri di grande esperienza come Fabrizio Brazzo (57 anni) e Giuseppe La Scala (52 anni) sono stati infatti rispettivamente un settimo e un diciassettesimo posto ottenuti proprio nella quarta prova, mentre Schiavon e Mangione nella stessa non sono andati oltre il 23° e il 36° posto; nella stessa prova peraltro il ”peso piuma” Allodi con una barca moderna col doppiofondo è arrivato guarda caso solo 28°; insomma quando sale il vento i problemi connessi al peso del timoniere sono gli stessi sulle barche sia classiche, che moderne, ma in queste condizioni le differenze di rig tra barca classica e barca classica si acuiscono ulteriormente.
E veniamo al rig. Il picco in particolare deve coprire tutte le condizioni e adattarsi al peso del timoniere: mentre a Scarlino il vento e stato sempre di intensità media, a Bibione si e' passati dal vento leggero, al vento forte e sui classici molti devono ancora lavorare per raggiungere coi propri picchi le prestazioni di quelli di alluminio che sono più all round in quanto l’allumino cede linearmente rispetto al carico e oltre a un certo limite la flessione si ferma, pena lo snervamento del materiale.
I picchi di legno si dividono fondamentalmente in due tipi: flessibili e rigidi. In quello flessibile, la balumina della vela apre bene con poco vento, ma la vela diventa poco potente mano a mano che il vento sale, si smagrisce troppo all’altezza del ragno e si presentano pieghe; viceversa in quello rigido la vela resta troppo chiusa con poco vento e la barca si inchioda, mentre con vento teso invece il picco piega correttamente favorendo il timoniere atletico e pesante tenendo in forma la vela e risultando “duro” come uno di alluminio. Tipo di legno, peso specifico, forma, orientamento delle fibre, tipo di colla, alla fine faranno la differenza, e non è improbabile che fra qualche anno i rig in legno siano in termini di prestazioni migliori di quelli in alluminio, raggiungendo un equilibrio di prestazioni in tutte le condizioni e per di più su misura del timoniere. I due maggiori cantieri di barche in legno italiani sono in costante progresso e negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante e stanno arrivando a una standardizzazione della loro produzione, ma possono giungere al picco su misura solo con l’aiuto degli utilizzatori - timonieri; ci vuole pazienza e devono essere fatte prove e confronti, meglio non solo fra classici, ma anche con i moderni; non si può dire che manchino le opportunità di farlo perché esistono tante regate tutti insieme e con classifiche sia over all che separate. Il confronto con le barche più nuove, non è avvilente, anzi cercare di precederle può rappresentare uno stimolo in più.   E nelle regate fra soli classici, certo si avrà un netto miglioramento delle prestazioni. Oggi però i classici, specie i più vecchi, non dispongono di rig con range di adattamento al peso del timoniere e a tutte le condizioni che abbiamo avuto a Bibione; probabilmente una grossa componente delle minori prestazioni dei legni trova una spiegazione nella differenza sostanziale delle condizioni nelle singole prove.
Una volta quando il rig era solo di legno i vecchi dinghisti dicevano: ho un picco lo porto in veleria e mi fanno la vela tenendo conto della freccia della flessibilità ; oggi le vele nascono tutte uguali e non è possibile fare altrettanto, a meno di non trovare un velaio disponibile e paziente, ma poi ogni vela sarà diversa dall’altra con il rischio che diventi una incognita in più.
Acquistando invece un buona vela standard è meglio trovare il modo di farla rendere al massimo percorrendo la strada inversa. Se non si prenderà in considerazione che i tempi sono cambiati l’adattamento tra vela e picco rimarrà casuale e sarà molto difficile che l’ottimizzazione prestazionale avvenga.
La morale di questa chiacchierata con cui vi ho forse stufato con la mia teoria da mal di testa sui picchi di legno e in alluminio, è che comunque col Dinghy il gioco continua: con classici e con moderni ci divertiamo ancora come ragazzini, e questo è quello che conta. In un mondo dove la vela sembra essere un sport da privilegiati, la nostra piccola barca ci permette di vivere momenti indimenticabili e di continuare a giocare nel senso migliore della parola, con costi accettabili, anche cambiando picco e vela.
Certo serve, come in tutti gli sport, dedicare tempo, avere spirito di osservazione, cercare di capire perché una barca in certe condizioni è veloce e in altre meno; ma se non avete voglia di perdere tanto tempo, beh si può copiare …. come a scuola da quelli che sembrano essere più veloci.
In ultima analisi sul Dinghy non dobbiamo preoccuparci di cercare l’equipaggio che poi rompe i...., siamo noi soli a confrontarci con le nostre idee e con l’ultima invenzione; siamo
noi e la nostra barca in una costante rincorsa verso il miglioramento in cui l’insieme uomo barca di tutte le età si fondono perfettamente.   Forse quanto ho scritto farà inorridire gli amici integralisti Olandesi, ma l'evoluzione avuta è stata autoalimentata sulle idee dei singoli ed é partita dal numero delle regate e dal numero di partecipanti a quelle di Club, in una semplice sfida sportiva domenicale fra amici che talvolta supera le venti-trenta barche.
Su sito Olandese http://www.twaalfvoetsjollenclub.nl/ si nota invece che l’ultima regata disputata l’uno e due settembre (Langweer) ha una classifica con undici barche, di cui 10 partenti, e consoliamoci, i vincitori alla premiazione non sembrano dei ragazzini! Nel ritrovarsi poi al Campionato in un equilibrio di prestazioni e numerosi, rende palese che il progresso tecnico nella Classe è stato l’incentivo determinante al successo del Dinghy in Italia in 99 anni di storia e che la flotta Italiana è diventata negli ultimi trenta anni la più numerosa al mondo; in questo contesto ci si può dare atto che si è cercato sempre di mantenere tutte le costruzioni il più simili possibile simili al progetto originale, pur utilizzando materiali diversi.   Con diversi tipi di barche, in un clima di concordia e di continuo aperto confronto, questo primato va mantenuto a tutti i costi e - considerato il numero di barche oggi naviganti in Italia - bisognerebbe essere dei bei fessi per perderselo.
(Vincenzo Penagini)
 

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